Riarmiamo la speranza e le menti, non gli eserciti
di Paolo Scarabeo
In un'Europa che affronta sfide economiche, sociali e ambientali senza precedenti, la scelta di destinare miliardi di euro all'acquisto di armi appare non solo discutibile, ma profondamente sbagliata. Di fronte a questa politica di riarmo, le parole di Papa Francesco, nella sua lettera al Corriere della Sera, risuonano con forza: invece di investire in strumenti di morte, dobbiamo riarmare la speranza e "disarmare le parole, le menti e la Terra". E la speranza si costruisce con la cultura, l'istruzione, la solidarietà e la giustizia sociale.
Il progetto europeo per l'acquisto congiunto di armamenti si inserisce in una logica di crescente militarizzazione, figlia dei timori nati a causa dell'aggressione della Russia ai danni dell'Ucraina. Si sostiene che sia necessario rafforzare le difese comuni, ma la storia ci ha insegnato che più armi non significano più sicurezza. Anzi, il rischio è quello di alimentare nuove tensioni e conflitti, distogliendo risorse fondamentali da settori ben più urgenti.
Mentre i governi europei pianificano investimenti militari per circa 800 miliardi di Euro, molte scuole cadono a pezzi, la sanità è al collasso, le famiglie faticano ad arrivare a fine mese, i giovani faticano a trovare lavoro, le mense comuni sono sempre più affollate, le aree interne continuano a spopolarsi a causa della carenza persino dei servizi primari. Non di rado a scuola ci si trova a fare i conti con le difficoltà di famiglie ad acquistare i libri per garantire l'istruzione ai propri figli. Il Governo italiano ha glissato dicendo che la spesa non intaccherà il welfare, ma la domanda resta ed è urgente: o godiamo di risorse illimitate o, più realisticamente, stiamo ipotecando il futuro dei nostri figli, indebitandoli oltre misura.
Se davvero vogliamo garantire sicurezza ai nostri cittadini, dobbiamo partire da qui: istruzione, cura delle persone, lavoro, coesione sociale.
Parlare di armi nel 2025 non solo dovrebbe essere anacronistico, ma decisamente folle. Sentire piazze che inneggiano alle armi è segno evidente che dalla storia non abbiamo imparato nulla. L'educazione è la vera arma contro l'odio, la violenza e l'ignoranza. Con i miliardi destinati agli armamenti, potremmo avere scuole all'avanguardia, ospedali efficienti, lavoro, potremmo garantire borse di studio ai giovani, migliorare gli stipendi di operai e insegnanti, lavoro ai giovani. A tutti dignità. Invece di educare i nostri ragazzi alla paura e al conflitto, offriamo loro la possibilità di crescere con il sapere, il pensiero critico e la cultura del dialogo.
Diamo una casa a chi non ce l'ha, alle migliaia di persone che dormono per strada, dimenticate dalle istituzioni. Con le stesse risorse impiegate per la corsa agli armamenti, potremmo potenziare l'edilizia sociale, garantire alloggi dignitosi a chi ne ha bisogno, un tetto ai senzatetto e sostenere le famiglie in difficoltà. La vera sicurezza nasce quando nessuno è costretto a vivere nell'abbandono e nella povertà.
Potenziare il Terzo Settore, sostenere il Volontariato, investire nello sport e nella socialità è il miglior modo per prevenire il disagio giovanile e la criminalità. Troppo spesso i ragazzi crescono in contesti privi di opportunità, dove il degrado sociale li spinge verso la violenza. Creare centri sportivi, biblioteche, teatri e luoghi di incontro significa offrire alternative concrete, costruire comunità più forti e promuovere la pace attraverso la cultura e il rispetto reciproco.
Papa Francesco ci ha invitato a non arrenderci alla logica della guerra, ma a "riarmare la speranza e disarmare le parole, le menti e la Terra". Questo significa investire nelle persone, nella giustizia sociale, nell'educazione e nella solidarietà. Un mondo più giusto e sicuro non si costruisce con i carri armati, ma con scuole migliori, con libri nelle mani dei nostri giovani, con case per chi non ne ha una e con spazi dove la comunità può crescere unita.
Abbiamo una scelta davanti a noi: continuare a finanziare le guerre o investire nel futuro delle nuove generazioni. L'Europa deve essere un faro di pace, non un nuovo arsenale militare. Diciamo no all'acquisto di armi e sì a un'Europa che costruisce speranza. Perché il vero progresso non si misura dalla potenza del nostro esercito, ma dalla dignità con cui trattiamo ogni essere umano.
Ho creduto e credo all'Europa, a quella nata nel "sogno" di Ventotene (checché ne dica la presidente Meloni), ho tifato per gli Stati Uniti d'Europa, ma era l'Europa del NexGenerationEu che aveva come obiettivo quello di stimolare l'economia europea, rendendo le nostre società più forti e resilienti, quella che aveva come scopo digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo, rivoluzione verde e transizione ecologica, infrastrutture per una mobilità sostenibile, istruzione e ricerca, inclusione e coesione, salute.
Un'Europa votata all'armamento, al conflitto alla scontro, non solo "non è la nostra Europa", ma semplicemente non è Europa.
