La realtà giovanile è sfuggita alla nostra comprensione e alle politiche pubbliche

31.03.2025

È tempo di accostarsi ad essa con empatia, condivisione e progettualità

di Giuseppe Lumia

La cronaca locale ci presenta uno stillicidio di violenze a danno di giovani causate da altri giovani. Le statistiche sono in tal senso impietose. Per non parlare dei casi quasi quotidiani di feroce femminicidio, che fanno venire in mente che una parte dei giovani-maschi sia ferma all'età della pietra. Sembra che la "fame di violenza" sia ormai fuori controllo. Basta poco per scatenare risse e aggressioni anche mortali. Si passa dagli attacchi quotidiani messi in atto dai singoli, con armi bianche e cybercrime, a quelli più "strutturati", di gruppo, che portano al bullismo e al fenomeno delle baby gang.

Il modello "Gomorra" è uscito via via dalla fiction per diventare triste realtà. Si tratta del pensare e agire mafioso, definito dagli esperti come il "sentire mafioso", a cui si ispirano molti di questi giovani violenti, anche a prescindere dalla loro effettiva appartenenza a un'organizzazione mafiosa.

Ovviamente la criminalità organizzata guarda con interesse a questo fenomeno, perché in questo modo può espandere la sua legittimazione sociale e trarre cospicui vantaggi economici grazie alla diffusione delle varie droghe in circolazione e alla possibilità di reclutare i giovani più "capaci".

Basta scavare un pochino sotto la coltre del fenomeno per scoprire che la violenza giovanile va oltre le classiche spiegazioni delle cause del problema legate alla mancanza di valori ideali o alla difficoltà delle condizioni sociali delle loro famiglie. I criminologi, sociologi ed educatori più attenti stanno notando la novità del "non senso": non c'è in sostanza una connessione con la provenienza familiare, né con il contesto di crescita. Si è diffusa invece una sorta di "fascinazione del male" che attrae, conferisce un'identità e spinge ad autodistruggersi o a distruggere.

Se scendiamo più in profondità, ci rendiamo conto che da anni ormai gli adulti hanno gettato la spugna davanti ai problemi della condizione giovanile in generale. Non c'è più la ricerca di nuove ipotesi educative, tranne alcune lodevoli iniziative del volontariato e dei docenti, delle associazioni laiche e religiose. Non ci sono politiche pubbliche che investano sui giovani, tranne sparute e fragili iniziative dei Comuni. È in atto una sorta di resa degli adulti di fronte ai giovani che sta producendo disastri su disastri. Si lascia fare al mercato e alle mode, nella speranza che le vicende drammatiche non coinvolgano i propri figli. Ci si affida in sostanza alla buona stella.

La resa riguarda quindi tutto lo spettro della condizione giovanile. Chiediamoci: chi si sta occupando dei giovani che lavorano in età precoce così sfruttati ed emarginati? Chi si sta occupando dei giovani che hanno un lavoro dignitoso ma comunque mal retribuito, privo di opportunità di qualificazione e della stabilità necessaria per una vita dignitosa e completa? Chi si sta interrogando sulla tragedia dei giovani risucchiati dalle dipendenze di sostanze come l'alcol, il crack e le metanfetamine, oltre a quelle da comportamenti, altrettanto dannose, come la dipendenza dai social e affetti dalla patologia, sempre più in crescita, dell'hikikomori, cioè l'isolamento sociale? Chi si sta occupando di quei ragazzi che invece studiano con impegno, facendo belle esperienze formative anche con l'Erasmus, e vivono l'esperienza del volontariato, si dedicano allo sport, all'arte, alla promozione della cultura e dell'ambiente?

Se vogliamo evitare di mandare allo sbaraglio intere generazioni, dobbiamo ripensare e riprogettare idee, scelte e investimenti educativi e finanziari degli adulti verso e soprattutto "con" i giovani.

La prima cosa da fare è evitare di svegliarsi il "giorno dopo", come dico sempre a proposito della lotta alle mafie, e imboccare un percorso progettuale, per quanto complesso e irto di ostacoli, del "giorno prima": bisogna intercettare i giovani prima che si consumino violenze fisiche o verbali, prima che arrivino alla dipendenza, prima che cadano nella rete del reclutamento delle baby gang o addirittura mafioso. Abbiamo tante esperienze educative che possono fare da apripista, se dovessimo scegliere finalmente di affrontare la questione giovanile con il metodo fecondo dell'"I care", piuttosto che optare per il misero approccio del "me ne frego".

La seconda pista di impegno è quella dell'intelligenza emotiva, anziché quella artificiale. L'intelligenza emotiva implica relazionalità, empatia, condivisione, comprensione, compagnia con i giovani. È un modo di essere della società che si libera dall'emergenza e si dedica ai giovani nella quotidianità, senza spontaneismo superficiale ma con la dovuta preparazione e consapevolezza delle difficoltà e delle potenzialità che man man si incontrano. In sostanza, la formazione e la preparazione all'incontro con i giovani è un dovere per i genitori, e per gli adulti in genere, per evitare errori grossolani e danni e per creare un clima sano e coinvolgente.

La terza scelta da intraprendere è quella di investire risorse cospicue sulla condizione giovanile soprattutto nei suoi aspetti educativi. Si deve iniziare dagli asili nido, dalle scuole, dove i ragazzi devono poter studiare in ambienti moderni, qualificati e ricchi di relazionalità ed emozioni, dai quartieri, dove bisogna realizzare luoghi di maturazione della affettività, della socialità, dello sport e della cultura. Bisogna fare in modo che possano inoltre dedicarsi alla prossimità, alla partecipazione attiva al cambiamento della politica e della società e ovviamente al contempo possano intraprendere un lavoro soddisfacente e accompagnato da tutte le misure di sostegno per la realizzazione di una famiglia. Insomma, va messo in campo quel welfare comunitario che manca da tempo all'appuntamento con i giovani.

La quarta opzione da seguire è evitare di riproporre modelli educativi autoritari o paternalistici. Da respingere anche l'ipotesi di relativizzare e affidarsi al fai-da-te tipico di praticoni o apprendisti stregoni. È necessario avere la consapevolezza che questo è il tempo della conoscenza e della ricerca dell'autorevolezza che sa responsabilizzare perché immette nella relazione con i giovani credibilità e fiducia. In questo caso la scuola deve essere messa nelle condizioni di svolgere al meglio la sua funzione di comunità educante e attiva nel contesto territoriale e sociale.

La quinta cosa da prendere in considerazione, di fronte alla violenza giovanile, è evitare di sovraccaricare il codice penale di chissà quale funzione messianica. Abbiamo già un codice minorile adeguato, in particolare per l'istituto della messa alla prova. Quello che manca non è la previsione di pene più severe, che già ci sono, ma un numero di operatori ed educatori, qualificati e ben retribuiti, almeno triplo rispetto a quello attuale, che svolgano la loro attività in spazi logistici di nuova generazione, capillarmente diffusi sul territorio, per dare così concretezza alla possibilità di recupero e di efficace reinserimento di quanti già si sono macchiati di reati. Diversamente, finite di scontare le pene, quei giovani saranno paradossalmente più preparati al crimine e affamati di violenza.

Dobbiamo prendere atto che la questione giovanile richiede a tutti noi di impegnarci e dare il meglio di noi stessi, per avviare un processo inedito di trasformazione e cambiamento: non sarà un percorso semplice, ma prima si inizierà e prima si potranno raggiungere gli obiettivi sperati.

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