Il sacrificio di Giancarlo Siani: un impegno che non si arrende

21.03.2025

Il nostro ricordo di un giovane, coraggioso giornalista assassinato dalla Camorra perché voce di verità

di Mario Garofalo

Il 23 settembre 1985, la camorra uccise Giancarlo Siani, giovane giornalista precario del quotidiano Il Mattino, vittima di un omertoso silenzio che voleva soffocare ogni voce che osasse raccontare la verità. La sua morte rimane uno dei momenti più tragici della storia del giornalismo italiano, ma la sua figura è diventata, con il tempo, un simbolo di coraggio, impegno civile e determinazione nella ricerca della verità. Ogni anno, il suo sacrificio viene ricordato in occasione della Giornata per la Memoria delle vittime di mafia, un'opportunità per onorare la sua memoria e per non dimenticare la sua resistenza contro la criminalità organizzata.

Quest'anno, come ogni anno, mi fermo a riflettere sul significato del sacrificio di Giancarlo, non solo come giornalista ma come uomo che ha scelto di non piegarsi di fronte alle minacce, ai rischi e alle difficoltà che il suo lavoro comportava. Giancarlo Siani ha scelto di raccontare la camorra, la corruzione e le ingiustizie che infestavano la sua città, Napoli. Non lo ha fatto per fama o per denaro, ma perché sentiva un dovere morale, il dovere di raccontare la verità. Il suo impegno, la sua serietà nel fare giornalismo, non si sono mai fermati, nemmeno quando la morte si è presentata come il prezzo da pagare per il suo coraggio.

Un modo per ricordare e raccontare la sua storia è il film Fortapàsc di Marco Risi, che nel 2009 ha portato al grande schermo la sua figura, il suo lavoro e l'ambiente sociale e criminale che lo circondava. In questo film, il giovane Elio Germano interpreta Giancarlo con una sensibilità che mi ha colpito profondamente. La storia che racconta non è solo quella di un giornalista, ma quella di un uomo che ha pagato il prezzo più alto per credere nel suo mestiere. La sua morte, tragica e ingiusta, è la testimonianza di un'epoca in cui la verità veniva silenziata dalla violenza della camorra e dalla paura che paralizzava una parte della società.

Ma Fortapàsc non è solo un ritratto di Giancarlo. È un tributo alla sua memoria e a quella di tutte le vittime di mafie e criminalità organizzata. È un grido che ci invita a riflettere su quanto sia ancora attuale il problema della libertà di stampa e sulla continua minaccia delle organizzazioni criminali. Mi chiedo se, ancora oggi, sappiamo davvero apprezzare quanto sia preziosa la libertà di esprimersi senza paura.

Una delle curiosità legate alla produzione del film riguarda il ritrovamento della Mehari, l'auto che Giancarlo Siani usava prima della sua morte. Questa macchina, simbolo di una Napoli in cui il giornalismo era ancora libero di raccontare la verità, è stata ritrovata in Sicilia, in condizioni deplorevoli, abbandonata e ricoperta di terriccio. Dopo una semplice manutenzione, è stata riportata in vita e ha preso parte alle riprese del film. La Mehari, come Giancarlo, non si è mai fermata, e questo non è altro che una metafora della sua tenacia, della sua resistenza e del suo impegno nel portare avanti la sua missione di giornalista.

Oggi, in occasione della Giornata contro le Mafie del 21 marzo, non posso fare a meno di pensare a come, attraverso il sacrificio di Giancarlo Siani, siano emersi temi che sono tutt'altro che superati. La lotta contro la criminalità organizzata e la difesa della libertà di stampa sono battaglie che continuiamo a combattere ogni giorno. La morte di Giancarlo è un ricordo doloroso, ma anche un monito: la sua vita ci insegna che non possiamo restare indifferenti, che dobbiamo denunciare, dobbiamo raccontare, dobbiamo resistere.

La sua morte ha segnato un punto di non ritorno per il giornalismo italiano e per tutti noi. Non possiamo permettere che la sua storia venga dimenticata. Ogni 21 marzo, così come ogni 23 settembre, è un'occasione per rinnovare l'impegno nella lotta per una società libera, in cui la verità possa essere raccontata senza paura. Giancarlo Siani è morto, ma la sua eredità vive in noi, nel nostro impegno quotidiano a non voltare lo sguardo, a non dimenticare, a continuare a raccontare.

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